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Avvento 2012

IL PRESEPIO VIVENTE «CHE SONO IO» 


Il tarassàcum officinàlis è una inflorescenza che cresce nei prati (perfino nelle rotonde verdi agli snodi delle nostre strade), sembra una soffice pallina, un piccolo globo su un esile stelo. Se ti avvicini con un soffio, i pistilli, come leggeri batuffoli, si staccano e si diffondono intorno. Con questa parabola raffiguriamo la nostra parrocchia che vuole aprirsi sempre più al mondo circostante e vivere fuori dal proprio nido. «Meno campane e più campanelli» ci siamo ripetuti nel corso dell’anno; ci abbiamo provato (Presepe itinerante, distribuzione dei rami d’ulivo, fioretto di maggio nei cortili…). Ora la comunità che si riunisce sotto una tenda a causa del terremoto, si rende disponibile ad un’altra provocazione: «La parrocchia si fa tenda». In Avvento – tempo di preparazione al Natale – ci sarà effettivamente l’opportunità di collocare una “tenda itinerante” - oltre a quella fissa sul sagrato della Sacra Famiglia - in diversi rioni della parrocchia: servirà per la convocazione di quanti abitano nelle vie, nei condomini e nelle case attorno. La tenda partirà sabato 1 dicembre alle ore 17 da uno spazio tra via Zappaterra e via Barlaam (zona Piramide). Una tenda per fare che cosa? Per una preghiera semplice, popolare, vicina più possibile alla vita di ognuno. Per accostarci in maniera profonda e personale al Santo Natale, è nostro desiderio vivere tutto il periodo d’Avvento, seguendo l’ultimo versetto del Padre Nostro (in unione con tutta la Diocesi): E non ci indurre in tentazione ma liberaci dal male. Pregheremo così: «Permettici, Signore, di saper discernere nelle tentazioni, di saper riconoscere il male che si annida in noi e potercene liberare. Permettici di aprire quello spiraglio affinché possa entrare la tua Grazia». Lo scorso anno eravamo i Cercatori di Dio: ognuno con il carico delle proprie domande, di questioni irrisolte. Una carovana di gente, noi, alla ricerca di un senso nella vita, alla ricerca di felicità. Questo Natale scendiamo nei meandri più nascosti del nostro cuore, nelle zone d’ombra, scandagliando la parte più nascosta del cuore per poter applicare la condizione fondamentale in tempo di Avvento: il discernimento come tecnica per poter capire e tenere gli occhi aperti. Vigilare impegna a fare attenzione, a diventare perspicaci, a essere svegli nel capire ciò che accade, acuti nell'intuire la direzione degli eventi, preparati a fronteggiare l’emergenza. Il tema della preghiera sarà allora incentrato sul presepio vivente, non quello itinerante dello scorso anno, ma quello che è dentro di noi, anzi, che siamo noi. Nel presepe «che sono io», «che siamo noi», possiamo individuare tanti personaggi che rappresentano le più diverse situazioni che viviamo ogni giorno (forse anche più di una) nel bene e nel male. Perché nel nostro cuore c’è tutto il male ma anche il bene di questo mondo. E’, quindi, necessario imparare a riconoscere le dinamiche interne alla nostra anima per poter dare spazio al bene e vincere il male. Questa è la grazia che chiediamo in questo nostro camminare verso il Bambino Gesù. Gesù che significa: Dio salva, che ci toglie dalle situazioni di morte se solo noi lasciamo entrare la sua Grazia, guardandoci dentro e smascherando il male: riconoscendolo. Lo scorso anno abbiamo sperimentato che l’invito alla ricerca è stato accolto dai Pastori, gente ai margini della società, gente considerata irregolare; ai Magi, uomini di altra cultura rispetto alla nostra; ai peccatori di ogni genere raccolti sulle rive del Giordano. Questo popolo ha camminato velocemente e colto immediatamente l’invito alla Salvezza perché sentiva, capiva di averne profondamente bisogno. Se si ha fame, si cerca la via più veloce per poterla placare. Ma nel nostro cuore accade, spesso, di rimanere indietro. Il passo si fa troppo pesante. Ci capita spesso addirittura di perderci, di fermarci. Pensiamo di camminare e in realtà andiamo indietro. E non ce ne accorgiamo. Ecco la grazia che vogliamo chiedere a Dio in questo Avvento: che nel presepe «che sono io», «che siamo noi», riconosciamo ciò che lega il piede con pesanti fardelli. Tutti noi siamo fatti per camminare, abbiamo un fine che dà senso a tutta la nostra esistenza, e invece siamo bloccati. Ognuno pensi a tutti i blocchi che ha a tutti i livelli: nelle relazioni con gli altri, con se stesso, con l’esistenza. Allora queste paralisi rappresentano quella morte interiore di una vita insensata, bloccata, chiusa, che tutti sperimentiamo e che sappiamo essere sbagliata. Nel presepe «che sono io», «che siamo noi», ci sono molti personaggi, li conosciamo bene. C’è il pastore dormiente. Non si accorge della moltitudine di gente che gli passa a fianco, non si rende conto dell’importanza di quello che sta succedendo “quella notte”, continua a dormire beato come se nulla fosse. C’è il pastore con un grande sacco. Cammina lento e piegato, portando il peso sulle spalle. Deve fermarsi spesso per la fatica. Non vuole perdere nulla. Forse perderà l’Incontro... C’è il pastore con la lanterna che ha paura dell’inciampo, così guarda il sentiero ma poco la Luce della Stella e, a volte, abbagliato dalla luce che porta, rischia di perdersi. C’è la lavandaia con la vestina bianca. La tiene aperta e inamidata davanti a sé. È molto attenta che non si sporchi, così cammina da sola, preoccupata di mantenere così linda, intatta la vestina che diffida degli incontri, impreca quando vede qualche mano un po’ sporca tendersi nella sua direzione. Sappiamo che, prima che moriamo, se ne aggiungeranno altri di pastori, ma l’unica cosa che vogliamo è che essi continuino a camminare verso il Bambino, lucidandosi gli occhi, riscaldandosi il cuore, purificando i propri desideri.

Avvento è il tempo in cui tutto si fa più vicino: Dio all’uomo, l’altro a me, io al mio cuore. E’ sempre tempo d’avvento, allora, sempre tempo di abbreviare distanze, di conquistare vicinanza. Dio ha giudicato il mondo, e l’ha trovato lontano. Ma invece di sdegnarsi, lui stesso che s’incarica della distanza, s’incarica di tutti i passi. Dio ha giudicato l’uomo e l’ha trovato lontano. E invece di condannarlo, si pone in cammino a ricucire i lembi della lontananza. Il signore giudica me e mi trova con il cuore appesantito, e viene più vicino, lui l’unico che parla al cuore.


Meditazione per la prima settimana d’Avvento
«AMICO, SVEGLIA!»

Il Pastore dormiente è un paradigma di vita: non darsi troppo da fare, pensare il minimo indispensabile, non inseguire nessun ideale in modo veramente serio. E’ uno che ha ricevuto l’annuncio angelico come gli altri pastori, eppure ha deciso di non andare senza indugio, ma di dormire senza indugio… Il pastore dormiente crede di poterne stare fuori, di non essere tra i destinatari di quella grande gioia di tutto il popolo, perché pensa di averlo già incontrato e di aver così concluso la propria ricerca. Dice: «Era una notte buia e non c’era la luna, solo un pugno di stelle ed un freddo pungente, sentivo i miei amici prepararsi per il viaggio ed io sdraiato sull’erba che giravo la testa…». L’Angelo gli parla così: «Così dice il tuo Signore Dio, il tuo Dio che difende la causa del suo popolo: Svegliati, svegliati, rivestiti della tua magnificenza, Sion; indossa le vesti più belle, Gerusalemme, città santa» (Isaia 52,1). Tu, disteso, dormiente, in una vita ormai narcotizzata: Svegliati! Guarisci! «Ecco io sto alla porta e busso», dice il Signore (Apocalisse 3, 20). Tu sei preda di una noia penetrante, avvolgente, una noia che ti ha narcotizzato, che ti ha stordito e nella quale tu stesso sei sprofondato. Ti ci crogioli dentro, mentre io sono qui e sto bussando e attendo la tua risposta, perché tu mi apra, perché tu mi accolga, perché tu ti renda conto che il vangelo è il mendicante che chiede a te di essere accolto come la novità della tua vita. Il pastore risponde: «Io dormo, ma il mio cuore veglia (Cantico dei Cantici 5,2). Dormo perché sono tranquillo. Dormo perché ho il vangelo nel cuore e il mio cuore veglia sempre. Dormo, è vero, ma intanto sono vigilante, perché il cuore è pronto. Mi permetto di dormire, ho il diritto di dormire, anzi ho il gusto di dormire: il vangelo è dato acquisito! L’Angelo:«Svegliati, svegliati, rivestiti della tua magnificenza, Sion; indossa le vesti più belle, Gerusalemme, città santa» (Isaia 52,1). Il Pastore: «Dormivo tranquillo, pensando di vigilare e, invece, non era così. Mi sono lasciato andare. Dormivo perché invaso dalla noia: vivevo di abitudini. Ma il mio Signore si è presentato dicendo: io sono alla ricerca della tua risposta come colui che viene a visitarti, colui che insistentemente ti chiama , che non è mai espressa una volta per tutte e che ancora ti chiede di impegnarti». Nella corsa disperata verso la grotta, con il cuore in gola per una vita alla fine insensata, in ginocchio il pastore confessa: «Mio Dio, mio Salvatore, che sei venuto sulla terra anche per me, che dormo il sonno della mia distrazione, il sonno della mia indifferenza, il sonno della mia salvezza». Quest’uomo, che sa per esperienza che cosa significa aver dormito tanto nella vita, ha capito l’essenziale: è importante che il Signore, quando verrà, non ci trovi addormentati.


LA SETTIMANA DEL PASTORE COL FARDELLO
Siamo entrati realmente nella spiritualità dell’Avvento? Ci stiamo dando da fare con la vigilanza e la preghiera a preparare l’incontro? Siamo ancor troppo tiranneggiati dal tempo e dalle cose o stiamo guadagnando libertà?

Io sono il pastore con un grosso sacco in groppa. Nel presepe mi vedi ancora lontano dalla capanna dove nasce Gesù. Faccio molta fatica ad avanzare. Il peso che ho in groppa mi affatica e mi fa rallentare il passo. Sai cosa contiene quel sacco? Non pensare che contenga delle cose materiali. In quel sacco ci sono i miei errori, le gaffe che mi fanno arrossire, gli sbagli che mi fanno star male, le ansie del futuro. Insomma, tutto ciò che non mi piace e non mi fa camminare. La voce di un angelo mi ha ridato speranza. Ed eccomi di nuovo in cammino. Se vuoi cammino con te. Il percorso che la parrocchia ci offre ci aiuta a stare davanti a Dio e a noi stessi in piena verità. Ci vien chiesto di immedesimarci ora in uno, ora in un altro dei personaggi che, come i pastori nel presepio, si muovono verso la Natività; personaggi che ritraggono molto realisticamente chi indugia come il “pastore dormiente”, o chi è bloccato sotto il peso di un grosso fardello, o chi cammina a tentoni nel buio al pallido chiarore di una lanterna, o chi non vuole scomodi compagni di viaggio. Un gioco? Può darsi. Certamente una preghiera che propone criteri di discernimento per la propria vita fino alla scoperta del “presepe dentro di sé”. Un presepio vivente, nel quale abita il Verbo fatto carne! Immagina un dialogo fra il pastore col fardello ed un viandante che ha trovato il modo di salire speditamente verso Betlemme. Dice il Pastore col grosso fardello: «Era una notte buia e non c’era la luna. Solo un pugno di stelle ed un freddo pungente. Vedevo i miei amici prepararsi per il viaggio. E io, fermo, col mio pesante sacco sulle spalle, non riuscivo a muovere un passo». Il Viandante: «Bisogna imparare a stare dentro questa vita, non domani, ma ora, perché ora è il tempo di grazia, ora è il tempo che ci dona il Signore da vivere fino in fondo. Solo se si vive fino in fondo il presente ci si lascia incontrare dal Signore, che ti invita a raggiungerlo». Il pastore: « Sento che dovevo fare qualcosa di diverso da quello che ho fatto; dovevo dire qualcosa di diverso da quello che ho detto. Questi "dovevo" mi fanno sentire in colpa rispetto al passato e mi impediscono di essere pienamente presente nel momento attuale. Ma peggiori della colpa sono le mie ansie: "se perdo il lavoro, se mio padre muore, se non ci sarà abbastanza denaro, se la famiglia si sgretola”. Tutti questi "se" riempiono talmente la mia mente da rendermi cieco ai fiori nel giardino e ai bambini nelle strade; non riesco a muovermi, né a percepire la bellezza e sono sordo alle tue parole. Il Viandante: «Non lo sai tu? Non l’hai tu udito? L’Eterno dà forza allo stanco e accresce vigore a colui ch’è spossato. I giovani s’affaticano e si stancano; i giovani scelti vacillano e cadono ma quelli che sperano nel Signore acquistano nuove forze, si alzano a volo come aquile, corrono e non si stancano, camminano e non si affaticano(Isaia 40, 30).Dio c'è ed è un Dio che si rivela in un bambino. E' un Dio che ci dice: «Io sono. Io sono qui. Io sono qui con te. Io sono qui per te. Ti custodisco come pupilla degli occhi. Ti prendo per mano. Non temere. Cammina, io ti porto. Non lasciarti schiacciare dal fardello del passato, dalla paura del futuro. Vivi il presente e sentilo come il luogo della mia presenza e il luogo della tua libertà. Ieri è storia, domani è mistero, oggi è un dono: per questo si chiama “presente”!». Il pastore: «Allora io pregherò così:Signore, io non aspetto; vivo il momento presente, colmandolo di amore. La linea retta è fatta di milioni di piccoli punti, uniti l'uno all'altro. Anche la mia vita è fatta di milioni di secondi, uniti l'uno all'altro. Dispongo perfettamente ogni singolo punto e la linea sarà retta. Vivo con perfezione ogni minuto e la vita sarà santa. Il cammino della speranza è fatto di piccoli passi di speranza. La vita di speranza è fatta di brevi minuti di speranza. Signore, dammi il coraggio di posare il mio sacco, logoro e pesante, di aprirlo e di accettare tutto ciò che esso contiene. Io cercherò di essere forte, ma Tu aiutami ad affrontare l’unico presente che mi è dato vivere, godendo a pieno di ogni momento, senza rimorsi, né rimpianti. Farò tesoro del mio passato e, così facendo, cercherò di rendere migliore il presente, guarderò oltre gli orizzonti, senza perdermi neppure un attimo di ogni mio singolo giorno perché, Signore, questa volta, col Tuo aiuto, voglio cogliere l’attimo e gustare la Tua presenza.


PASTORE CON LA LATERNA
Siamo ormai prossimi al Natale. Il 16 dicebre ha inizio la novena di preparazione immediata. In parrocchia si cantano le antiche profezie, si preparano gli addobbi, si sta ultimando il presepio, ma il presepio “vivo” rimane quello dentro il cuore di ciascuno, dentro le nostre famiglie e nella comunità. Il Signore viene! Andiamogli incontro

Non tutti si accorgono della bellissima iniziativa della tenda che ogni sabato viene collocata in un rione del quartiere. La tenda ospita un presepio stilizzato davanti al quale ognuno è invitato a sostare un attimo. In uno specchio posto sullo sfondo vede se stesso: un modo originale per prendere coscienza che è uno dei pastori saliti a Betlemme. Le caratteristiche dei pastori interpretano aspetti della nostra interiorità. Così il pastore dormiente: ricordate? Il pastore col pesante fardello… Questa settimana siamo invitati a vederci nel «pastore con la lanterna». «Anch’io nel buio della notte salgo verso Betlemme - dice il pastore – e tengo in mano una lanterna. Un po’ mi aiuta per non inciampare, ma fuori dal suo chiarore tutto sembra ancor più buio. Ci vorrebbe il sole per rischiarare la strada. Probabilmente la luce della mia lampada rappresenta la piccolezza delle mie vedute: non so vedere oltre il mio naso, anzi talvolta mi succede di pensare che tutto il mondo coincida con lo spazio che mi sta attorno. Così non so vedere oltre... Insomma, per farla breve, ho paura dell’inciampo, così guardo il sentiero e poco la luce della stella e, a volte, abbagliato dalla luce che porto, rischio di perdermi». Sì, il pastore con la lanterna ha ragione. La luce che tiene in mano è come un casco avvolgente, ovattato e rassicurante, ma può diventare un trabocchetto, metafora di presunte certezze. A volte la luce che ci è data aiuta i nostri primi passi incerti nell’oscurità, ma guai a noi se limita l’orizzonte: c’è dell’altro oltre quel piccolo cono di luce. Altre volte, dobbiamo ammetterlo, ci troviamo di fronte ad uno strano paradosso: quel poco di sicurezza che ci fa muovere nel tratto illuminato che abbiamo davanti ci rende incapaci di vedere la Stella. Restiamo attaccati alle nostre vedute e non accettiamo di metterci in discussione e non siamo aperti al nuovo e all’inatteso. Abbiamo paura... Come farà il presuntuoso pastore con la lanterna a riconoscere il Messia nel piccolo bambino che giace nella mangiatoia? Quanti sono rimasti spiazzati dal suo strano modo di fare! Ciò vale per noi, per le nostre ingenue sicurezze a cui siamo morbosamente attaccati. Chi si fida di Dio è coraggioso. Anche se è nel buio avanza. L’insicurezza lo rende prudente, ma aperto alla sorpresa e disposto ad accogliere, insieme ai segni incerti che gli sono dati, la novità. La sua è una insicurezza «sicura». Il pastore con la lanterna siamo noi quando siamo poco docili agli insegnamenti dei maestri e agli insegnamenti della Chiesa. Siamo noi quando non ci apriamo al dialogo ed alla ricerca.

IL CAMMINO DELLA LAVANDAIA
Sono la lavandaia, mi piace fare i panni puliti e splendenti; mi dà un senso di benessere; odio le macchie e le persone sporche. E mi dà molto fastidio che mi sporchino le cose e i vestiti; vorrei che le persone stessero un po' più in là di dove sono io. Andare a Betlemme..., in una stalla..., non so.....Forse è meglio che cammini da sola. Non sopporto le persone sporche che mandano cattivo odore. Magari mi tengo un po’ a distanza. Come me, pulita e ordinata, non c’è nessuno. Però comincio a pensare che devo imparare a mettermi nei panni degli altri…

Mancano pochi giorni al Natale. Stiamo per arrivare a Betlemme. Lungo il cammino abbiamo incontrato vari personaggi. Ce n’è ancora uno: la lavandaia. Ormai ci siamo addestrati in questo Avvento a vedere in loro aspetti e dinamiche della vita spirituale: un metodo di lavoro interiore semplice, ma profondo. Osservando la lavandaia in che cosa le assomigliamo? La lavandaia con la vestina bianca è attenta a non sporcarsi, così cammina sola. Preoccupata di mantenere linda e intatta la veste, diffida degli incontri. Impreca quando vede qualche mano un po’ sporca tendersi nella sua direzione. Non vuole compromettere la sua anima bella e il suo essere “ben educata”, “ben vestita”, “ben inserita nella società” avvicinandosi troppo a chi è diverso da lei. Non succede così anche a noi talvolta? E’ l’atteggiamento tipico di chi presume di essere a posto: ha fatto la sua parte, non ha nulla da rimproverarsi. Pensa che anche nelle cose dell’anima, si possa ottenere tutto con l’impegno. Si meraviglia della fatica che gli altri fanno a mantenersi puliti… Rasenta il fariseismo. Di solito nessuno di noi si accusa di ipocrisia, ma non è detto che ne siamo completamente esenti. Chi sfiora il nostro ambiente, ad esempio, si sente talvolta giudicato... Un’altra osservazione. Ci viene insegnato a riconoscerci imperfetti e a perdonare le nostre fragilità. Per sé non è l’osservanza della Legge che ci rende santi, ma è la capacità di riconoscerci peccatori e quindi sinceramente disponibili a ricevere la grazia. C’è un’arte da imparare: quella di trarre profitto dai nostri fallimenti. Anche a noi, come agli altri, nell’incedere veloci verso Gesù, succede di sporcare mille volte la veste e le mani. Gesù vuole la capacità di amare; non chiede sfibranti ripiegamenti su se stessi. «Un giorno – racconta la Beata Angela da Foligno – chiesi a Gesù di rendermi santa, ero disposta a tutto. Lui rispose: Angela, mi piaci così, quando cadi e subito ti rialzi». La veste del nostro battesimo e la veste dei santi sono rese bianche non dalle buone azioni, ma perché lavate nel sangue dell’Agnello: Guardate a lui e sarete raggianti. Allora sarà Dio a rendere il suo e il nostro vestito bianco e non tarderemo all’incontro perché Gesù per noi sarà più importante della veste bianca.